La vita prima: fotografie e non solo in una RSA

La prima volta che io, come fotografo, sono entrato in contatto con il mondo di una Residenza Sanitaria Assistenziale è stata nel febbraio di un anno fa, accogliendo una considerazione tanto profonda quanto particolare, e cioè che nonostante in questa specifica RSA le cose funzionassero decisamente bene (infermieri e operatori sanitari preparati, premurosi eccetera) il quadro visivo che un osservatore esterno trovava entrando dentro era forte: sembrava cioè quasi di essere di fronte alle fotografie di Gianni Berengo Gardin dedicate ai manicomi… Da qui la domanda: ma sono solo la malattia e/o l’età a rendere alcune persone così oppure c’è altro? Cioè, non è veramente possibile farci niente, oppure esiste un limite alle possibilità assistenziali che è superabile? L’ho posta, questa domanda. E mi è stato risposto di sì, che si può fare tanto di più. Partendo per esempio dal tempo a disposizione da dedicare ai bisogni (soprattutto psicologici, affettivi) degli ospiti. Così ho chiesto e ottenuto l’autorizzazione a indagare appunto i bisogni di questi ospiti, trascorrendo tanto tempo con loro e dando vita a una sorta di ricerca sulla solitudine, sulla tenerezza. E mi si è spalancato un mondo, popolato perlopiù di dettagli, di sguardi che sono tristemente ritornati bambini.

Una delle difficoltà più forti che ho incontrato realizzando questo reportage è stata quella di sganciare il tema del maltrattamento dal tema del bisogno, dovendo quindi sviluppare una ricerca fotografica diversa, forse anche più discutibile, sicuramente più sottile. Al tempo in cui Gianni Berengo Gardin fotografava i manicomi c’erano i guardiani, che poi erano dei veri e propri carcerieri. Oggi – almeno qua – no. Ci sono persone straordinarie. Infermieri – ma anche operatori sanitari – preparati, dotati di una sensibilità, di un’etica, di un amore verso gli altri esseri umani (quindi anche verso il proprio lavoro) veramente elevati. Ho visto lavorare per mesi queste persone quasi ogni giorno, e la mia vita è cambiata. In un mondo che sembra sempre più avviarsi verso la fine esaltando e strapagando calciatori e compagnia bella, ho avuto la fortuna di conoscere chi sono – e di capire cosa fanno – i veri eroi.

La vita prima” è una mostra pensata esclusivamente per fare scaturire riflessioni e proposte concrete. Quindi sì la fotografia, ma non la fotografia fine a se stessa. Ci siamo chiesti: a che cosa servirebbe tutto questo se domani ogni infermiere, ogni operatore sanitario, ogni dirigente di struttura, ogni politico chiamato a operare su questi temi, non tornasse al lavoro con qualcosa in più? Con qualcosa di operativo, di solido, di duraturo. Ecco perché è stata prontamente chiamata in causa la figura della dottoressa Alessandra Schiavoni, psicologa e psicoterapeuta, che partendo dalle immagini esposte a Le Murate conduce due diversi laboratori per infermieri e operatori sanitari. Il primo, “Le emozioni attraverso il corpo”, con lo scopo di avvicinare il personale sanitario all’utilizzo delle immagini e del comportamento non verbale nell’esercizio professionale quotidiano; il secondo,  “Dalla cura alla violenza – Gli abusi silenziosi”, propone una riflessione sul tema della violenza, fisica e psicologica, esercitata sugli ospiti di RSA. Alla fine un incontro conclusivo di discussione sui temi del bisogno e della sua prevenzione.

Grazie agli infermieri e agli operatori sanitari, che da oltre un anno mi accolgono con una naturalezza e un calore che non dimenticherò mai. Attorno a me – e non è un modo di dire – si è creata una nuova famiglia. E anche se non so niente di questo mestiere, c’è una parte di me che un po’ infermiere lo è diventata e lo sarà per sempre. Ho anche scoperto che c’è un punto di contatto molto forte, fra il fotografo e l’infermiere. Perché così come la tecnica fotografica si impara in un mezzo pomeriggio, anche a fare un’iniezione si impara alla svelta. Ma a fare un sorriso vero, una carezza sincera, a dire la parola giusta nel momento giusto, ecco, queste sono tutte cose – parti integranti di chiunque si prenda cura di altri esseri umani – che in un mezzo pomeriggio non si imparano proprio. Così come in un mezzo pomeriggio – per quanto armati di super-reflex super-costose – non si impara affatto a fotografare in modo umano.

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