Dibattito scientifico e corretta informazione

Prendendo spunto dalle polemiche scatenate dal recente decreto sulle vaccinazioni, un momento di riflessione su come l’informazione chiara, completa e obiettiva, debba essere trasmessa ai cittadini, e come le istituzioni di governo e le organizzazioni scientifiche debbano contribuire a costruirla; un editoriale di Toscana Medica , a firma di Eugenio Paci,  cerca di fare chiarezza.

Il caso vaccinazioni ha confermato la polarizzazione (i paladini del SI contro i paladini del NO) come attuale modalità dominante nella comunicazione pubblica e riproposto la difficoltà di una riflessione che vada al di là degli schieramenti e delle prese di posizione. Discussioni importanti come quella sul calo della copertura vaccinale e le modalità dell’offerta dovrebbero essere normali e pacate riflessioni – innanzitutto su etica e sanità pubblica più che sui vaccini – ovvero pane quotidiano per una sanità pubblica chiamata a rispondere a un calo di copertura. I fatti e le basi scientifiche tendono, in queste condizioni polarizzate ed estremizzate, a scomparire e la politica e i media entrano pesantemente in gioco nel promuovere le emozioni e i contrasti. L’obiettività scientifica scompare. Vediamo esperti che diventano riferimenti di forze politiche a cui chiedono dichiarazioni di fede nella verità scientifica. L’esperto di area è certo sempre esistito, cioè colui che, lui solo, viene vissuto come affidabile in quanto dichiara la sua simpatia (appartenenza) per il messaggio politico: una relazione che ha dimostrato tutti i suoi limiti.

Inoltre,  mentre si è sviluppata al massimo la comunicazione (tramite i social), la condivisione del dibattito scientifico culturale è sempre più frammentata: di conseguenza poco affiora di un dibattito – ci ricorda Paci – che “magari si svolge in ristretti ambienti – per esempio Facebook è uno spazio che per sua natura non è facilmente usabile per una discussione scientifica, data la variabilità dei partecipanti. Anche quando le questioni vengono approfondite, ci si espone alla superficialità e all’unilateralità, e larga parte del mondo professionale e della sanità non viene raggiunto.”

La globalizzazione, che è ormai un dato di fatto nella medicina di oggi, vede partecipare al dibattito scientifico un gruppo limitato di professionisti (che sono comunque assai significativa e produttiva parte del mondo scientifico internazionale), ma non ne coinvolge una gran parte, se non attraverso le comunicazioni, che arrivano per interessi commerciali o grazie a informazioni non professionali, come dai media nazionali che riprendono quanto lanciato dalle grandi agenzie globali.

A chi appartengono (e quindi a chi sono distribuite), le riviste di riferimento del mondo medico mondiale, JAMA e BMJ? Sono degli ordini dei medici nazionali e ogni medico ha ad esse facile accesso.  I nostri giornalisti scientifici riprendono spesso questi dibattiti e le novità della ricerca e sono rapidi nel ripresentarcele, con qualche commento magari di esperti italiani. “Ma quello che manca – conclude Eugenio Paci – è proprio una mediazione tra quel mondo e la nostra realtà culturale, un dibattito che coinvolga il nostro mondo professionale e che si nutra anche della ricerca che viene fatta e riguarda la nostra realtà.”

Come commenta Antonio Panti, Presidente dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Firenze, “manca in Italia un’autorevole pubblicazione che cerchi non solo di offrire una visione panoramica ma di avviare una riflessione, filosofica, etica e antropologica sulla medicina e sulla sanità, e che potrebbe contribuire a diminuire quello stato di disagio che la professione medica indubbiamente vive.”

E questo disagio naturalmente si trasmette amplificato in misura esponenziale sui cittadini, sempre più disorientati e sempre più sfiduciati nei confronti di coloro che dovrebbero infondere per prima cosa la fiducia.

Riusciremo mai, come cittadini, a ricevere informazioni chiare e corrette, non manipolate dai media e dalla “cattiva politica”?

 

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