Quale futuro per i ragazzi? DAD e abbandono scolastico

In Italia la pandemia ha evidenziato differenze territoriali nei servizi educativi e nell’accesso alla rete digitale. La chiusura delle scuole e la ripresa delle lezioni a singhiozzo hanno ampliato le ineguaglianze tra gli studenti. Molti sono i ragazzi che non hanno potuto e non possono ancora partecipare alle lezioni dei loro docenti perché non sono dotati della strumentazione  necessaria o perché non ci sono i collegamenti internet nelle zone dove abitano.

Nell’Aprile 2020 il Comitato istituito in attuazione della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza ha espresso preoccupazione per i bambini e per gli adolescenti per l’aumento delle disparità nel campo dell’istruzione, determinate anche dalla didattica a distanza. Il Prodotto Interno Lordo, PIL, è la più importante misura statistica della storia umana, una misura, se non l’unica, che per anni è stata considerata la più importante tra gli indicatori della “salute” di uno Stato. Negli ultimi tempi però si è evidenziata l’incompletezza di questa misura. Valutare la qualità della vita attraverso un indicatore prettamente economico che quantifica il Prodotto Interno Lordo di un Paese significa avere una visione per forza di cose ristretta.

I dodici indicatori BESPer superare questa difficoltà, nel 2013 in Italia è nato il BES, cioè l’Indice di Benessere Equo e Sostenibile, con l’obiettivo di valutare il progresso della società non solo dal punto di vista economico ma anche da quello sociale e da quello ambientale. Nel 2016 è entrato a far parte del processo di programmazione economica e l’Istat, insieme ai rappresentanti delle parti sociali e della società civile, ha sviluppato un approccio multidimensionale per misurare il “Benessere equo e sostenibile” (BES) con l’obiettivo di integrare le informazioni fornite dagli indicatori sulle attività economiche con le fondamentali dimensioni del benessere, corredate da misure relative alle diseguaglianze e alla sostenibilità con indicatori relativi a Salute, Istruzione e formazione, Lavoro e conciliazione dei tempi di vita, Benessere economico, Relazioni sociali, Politica e istituzioni, Sicurezza, Benessere soggettivo, Paesaggio e patrimonio culturale, Ambiente, Innovazione, Ricerca e creatività, Qualità dei servizi. “Questo Rapporto presenta un quadro complesso ricco e al tempo stesso contraddittorio – ha scritto Gian Carlo Blangiardo, Presidente dell’Istat -, mostra un Paese in grandi difficoltà, che tuttavia mantiene in vita riserve di speranza. L’impegno delle istituzioni e le risorse straordinarie rese disponibili dal programma #NextGenerationEU rappresentano un’occasione senza precedenti per intervenire in modo sostanziale, e non puramente emergenziale, per la guarigione e la ripresa”.

Ma proprio dall’analisi del BES emerge un dato che deve farci alzare la guardia. L’indagine Istat sull’integrazione degli alunni con disabilità nella scuola statale e non statale, a cui hanno risposto le scuole nell’anno scolastico 2019/20, ha messo in evidenza come gli istituti scolastici si siano attrezzati in varie forme di didattica a distanza, ma nonostante gli sforzi degli istituti scolastici, dei docenti e delle famiglie, l’8% dei bambini e dei ragazzi delle scuole di ogni ordine e grado è rimasto escluso da una qualsiasi forma di didattica a distanza e non ha preso parte alle video-lezioni con il gruppo classe, quota che sale al 23% tra gli alunni con disabilità.

La Didattica a distanza si è scontrata con le difficoltà nelle competenze digitali della popolazione italiana che risulta infatti tra le peggiori in Europa. In questa fase molto particolare della didattica, riporta l’Istat, avere a disposizione la connessione ed il computer, oltre ad essere un fattore fondamentale per un adeguato sviluppo di competenze, diventa un requisito per l’accesso all’istruzione. La dad e la chiusura delle scuole hanno quindi inciso molto su una popolazione di studenti percorsa già da profonde disuguaglianze di opportunità e gli effetti sulle competenze e sull’abbandono scolastico, soprattutto nelle fasce più vulnerabili della popolazione, potrebbero essere particolarmente gravi.

La dispersione scolastica ha legami stretti con problemi rilevanti come il disagio giovanile, la devianza, l’esclusione sociale, la libertà, l’identità e l’immigrazione. I minori con scarsa formazione corrono maggiori rischi di finire nelle mani della criminalità. L’abbandono scolastico costituisce uno dei principali fattori di rischio di disoccupazione, povertà ed esclusione sociale ma l’importanza dell’istruzione nella crescita e nella maturazione psicofisica dei minori è sancita dall’Europa, ed è alla base della nostra Costituzione, che lo riconosce come diritto universalmente garantito. Nel Rapporto MIUR 2018 leggiamo:

la dispersione non è un fenomeno marginale … è causa e insieme conseguenza di mancata crescita e, al contempo, di deficit democratico nei meccanismi di mobilità sociale del nostro Paese ed è l’indicatore di una deficienza del nostro sistema in termini di equità

Un fenomeno complesso con cause molteplici, legate a motivi economici, culturali, di disagio individuale o familiare. Accanto alla dispersione data dalla mancata o incompleta formazione scolastica da parte dei giovani in età scolare, c’è anche quella indicata come “dispersione implicita”, ovvero quando uno studente frequenta la scuola senza però acquisire la preparazione necessaria per poter poi lavorare, o inserirsi pienamente nella società. L’art. 28 della Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza  prevede l’impegno da parte degli Stati di adottare “misure per promuovere la regolarità della frequenza scolastica e la diminuzione del tasso di abbandono delle scuole”.

Nell’ottica del raggiungimento di questi obiettivi, nell’Ottobre 2018 il MIUR ha stipulato con Unicef Italia un protocollo di durata triennale col coinvolgimento degli insegnanti e delle figure impegnate nella formazione dei bambini e degli adolescenti. Rispetto agli altri Paesi europei, abbiamo un tasso di abbandono scolastico tra i più alti, soprattutto al Sud e tra i giovani nati all’estero. La percentuale di giovani nella fascia di età compresa tra i 18 e i 24 anni che abbandonano l’istruzione e la formazione è stata del 13,5% nel 2019, con un calo rispetto al 14,5% dell’anno precedente, che conferma la tendenza al ribasso dell’ultimo decennio. Pur essendo al di sotto dell’obiettivo nazionale del 16%, il tasso di abbandono scolastico resta al di sopra della media Europea che è del 10,2%,  a notevole distanza dal parametro di riferimento (10%). Tra le regioni i tassi variano in modo considerevole, dal 9,6% nel Nord-Est al 16,7% nel Sud. I ragazzi hanno più probabilità delle ragazze di abbandonare la scuola prima del tempo: il 15,4 % contro l’11,3%. Attestandosi al 32,5%, il tasso di abbandono scolastico per i giovani tra 18 e 24 anni nati all’estero è quasi il triplo rispetto a quello di chi è nato in Italia (11,3%) ed è notevolmente superiore alla media europea del 22,2%.

La spesa per l’istruzione in Italia rimane tra le più basse dell’Europa, nel 2018 la spesa pubblica per l’istruzione è aumentata dell’1% in termini reali rispetto all’anno precedente, ma resta ben al di sotto della media europea sia in percentuale del PIL (il 4% contro il 4,6%) sia in percentuale della spesa pubblica totale, che all’8,2 %, è la più bassa dell’UE (9,9%). Per investire sul capitale umano delle giovani generazioni e sostenere il loro diritto allo studio, ad una educazione di qualità fin dai primi anni di vita, dovrebbe essere dedicato il 15% del totale degli investimenti programmati nel quadro del Recovery Fund, ciò farebbe arrivare gradualmente a regime allo standard europeo di un investimento in educazione del 4,5-5% sul PIL (James Heckman, premio Nobel per l’Economia nel 2000). Tale investimento straordinario è necessario per ampliare l’offerta educativa fin dalla primissima infanzia, per dotare le scuole delle risorse infrastrutturali, tecnologiche e umane necessarie, a partire da un riequilibrio a favore delle aree attualmente più svantaggiate e in aiuto ai soggetti più vulnerabili.

 

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