RSA: tra il tempo sospeso e le emozioni

E’ terminata qualche giorno fa la mostra “La vita prima” di Emiliano Cribari presso il complesso Le Murate di Firenze. Durante i giorni della mostra, organizzata in collaborazione con IPASVI Firenze, si sono svolti alcuni workshop per parlare e riflettere con gli infermieri di relazione d’aiuto, di comunicazione non verbale e di abusi nelle Residenze Sanitarie Assistenziali. Sono stati giorni estremamente produttivi che hanno portato alla tavola rotonda conclusiva molte domande, spesso scomode.

Firenze: vita nelle RSA - tavola rotonda sulla mostra di Emiliano CribariLe riflessioni al termine di questo progetto sono tante: da quella che appare più semplice e banale del perché gli ospiti delle RSA non possano personalizzare i loro spazi vitali, cosa che invece avrebbe un impatto enorme sul benessere e sulla loro qualità di vita, a domande più complesse sul perché alcune strutture vengano accreditate nonostante non ci siano alcuni requisiti, anche minimi.

Lavorare accanto agli infermieri è, per me, sempre fonte di grande arricchimento: riesco ad entrare in un mondo di dubbi, di paure, a volte anche di stanchezza e scoraggiamento che ad altri è precluso. Ma gli infermieri non sono solo dubbi e paure, sono soprattutto pieni di risorse: una per tutte, la grande voglia di ricavare, durante la loro giornata lavorativa, il tempo da dedicare alla relazione.

Questo tempo non viene calcolato dalle aziende, nelle loro griglie quasi automatizzate per calcolare i “minuti di assistenza” , ma è, invece, il bisogno principale espresso da tutti coloro con cui ho avuto modo di lavorare. Il tempo che manca per gli operatori, che fugge via perso nelle carte della burocrazia.

Il tempo che, invece, per un anziano in RSA appare quasi infinito, nell’attesa di una visita o che succeda qualcosa che spezzi la routine.

Quello delle RSA è un tempo, per tanti versi, sospeso. Un tempo che ci prende alla gola quando non c’è, che ci prende alla gola quando ci appare, appunto, sospeso nell’attesa di un futuro che stenta a venire.

Quello che mi resta attaccato alle ossa di questa esperienza intensa, sono le foto di Emiliano Cribari che raccontano un quotidiano che sembra fatto di solitudine, di anziani come malati psichiatrici, ma che, quando cambiamo obiettivo e allarghiamo l’inquadratura, ci spiazzano, perché all’interno di quell’apparente solitudine compaiono gli infermieri, compare la relazione di cura. Quello che resta attaccato alle ossa è questo bisogno di cura della relazione, bisogno quasi viscerale ma spesso senza risposta concreta.

La struttura in cui sono state scattate le foto, ed in cui è nato questo progetto, è una di quelle strutture, e purtroppo non sono tutte così, che funzionano bene. Funziona per gli anziani e funziona per gli infermieri. Perchè al di là del catetere o della pasticca, c’è l’attenzione ai bisogni delle persone, delle persone vere, non quelle che sulla carta pensiamo che stiano ferme come bambole, ma di persone vere che si muovono.

Pazienti, clienti, utenti… li abbiamo etichettati in mille modi dimenticandoci che dietro a quelle etichette ci sono delle persone vere che ci trasmettono emozioni altrettanto vere. È anche per questo che abbiamo parlato tanto di emozioni nei giorni della mostra e durante i workshop, delle stesse emozioni che spesso nascondiamo sotto al tappeto come la polvere perché ci fanno paura, perché ci hanno detto che è meglio prendere le distanze dai “pazienti”.

Abbiamo deciso di fare formazione sulle emozioni all’interno di questo progetto, perché è dalla formazione che impariamo a gestire le nostre emozioni, perché è a partire da questo tipo di formazione che si previene il burn out, soprattutto nei ragazzi escono oggi dalle nostre Facoltà. Cosi come importante, nella prevenzione del burn out, è il lavoro d’equipe, anche quando e sopratutto, come nel nostro caso, l’equipe è composta da professionalità differenti.

Quando abbiamo iniziato a progettare questo evento, al tavolo ci siamo ritrovati ad essere un fotografo, un’infermiera e una psicologa. Credo che, alla fine, abbiamo trovato un linguaggio comune che ci ha permesso di arrivare a tante persone, addetti ai lavori e non. Lo stesso linguaggio che ci ha guidato lungo questa strada per dar voce a chi a volte non ne ha, ai bisogni di chi spesso si perde nei meandri della burocrazia o nei corridoi più o meno silenziosi di una RSA.

Questa è stata l’essenza di questo progetto: il generare, attraverso le fotografie e i workshop, un pensiero critico, nuovo, un modo differente di approcciarsi alle persone in RSA, da professionisti ma soprattutto da esseri umani. E se è nata una domanda in chi ha visitato la mostra e a visto le foto di Emiliano Cribari, se chi ha frequentato i workshop con me ha uno sguardo nuovo sul mondo delle RSA, allora siamo riusciti nel nostro intento di utilizzare la fotografia e la formazione psicologica per generare un cambiamento.

Ancora un ringraziamento al Presidente di IPASVI Firenze, al Consiglio Direttivo, in particolare a Cristina Fassio, e, ovviamente, ad Emiliano Cribari per la favolosa esperienza e la grande collaborazione.

Dr.ssa Alessandra Schiavoni
Psicologa Psicoterapeuta
alessandra.schiavoni@psicologiarelazionalefirenze.it

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