Democrazia deliberativa e costruzione di comunità

La nostra società è ormai un sistema molto complesso, ma i rituali decisionali, le gerarchie e le istituzioni sono rimasti quelle di una volta, adatti a dei sistemi più stabili e meno interdipendenti. In un sistema semplice, quando chi si trova ai vertici della gerarchia ordina di mettere in atto la decisione A, l’apparato esecutivo produce A o qualcosa di molto simile ad A. In un sistema complesso, quando chi sta ai vertici decide A, l’esito può essere B, C o F, sicuramente non sarà A. In altre parole “complesso” è un sistema che nessuno dei soggetti che ne fanno parte, per quanto potente, è in grado di governare, di orientare in un senso voluto. Dove va, quali sviluppi segue un sistema complesso dipende dalla capacità di tutti i soggetti che lo compongono di collaborare trasformando le proprie differenze in risorse conoscitive. Altrimenti il sistema impazzisce e coloro che lo compongono sono destinati alla frustrazione, a rimanere prigionieri di atteggiamenti di vuota denuncia e vittimismo.

È una sindrome lancinante, uno stato di impotenza che tutti avvertiamo e abbiamo sotto gli occhi.

Un recente articolo di Marianella Sclavi pubblicato sul sito web dell’Università di Padova, dal titolo  La città, la democrazia deliberativa e i cittadini come costruttori di comunità , analizza in un modo straordinariamente chiaro ed esauriente la differenza tra sistemi semplici e sistemi complessi, come operare in modo intelligente in un sistema complesso, differenziato, interdipendente, turbolento, dove è necessario un metodo sperimentale, cioè aspettarsi che quello che si sta facendo conterrà degli errori e richiederà delle modifiche: grazie agli errori e ai tentativi di correzione si riesce a risalire alle premesse implicite che stanno alla base dei comportamenti ed eventualmente a modificare anche quelle.

Le esperienze di democrazia partecipativa in atto negli ultimi anni nel mondo ci fanno toccare con mano che un buon governo del territorio (efficace, equo e saggio) è possibile, e che esistono i metodi e le competenze per mettere in atto un’altra idea di pubblica amministrazione, inclusiva invece che escludente, dialogica invece che labirintica, amica della concretezza invece che astratta e soporifera.

Non si tratta di “riformare” la burocrazia, si tratta di sbarazzarsene.

In Italia, fra decisione e implementazione di un’idea o di un progetto, possiamo esibire esempi di casi estremi. Quello negativo e più preoccupante è l’assoluto disinteresse per non dire spregio per i modi, tempi, esiti dell’implementazione delle leggi da parte dei membri del parlamento italiano. Ne sono dimostrazione l’altissima percentuale di leggi che rimangono prive di regolamenti attuativi o dotate di regolamenti incomprensibili. Questo aspetto che dovrebbe suscitare vergogna, allarme, dimissioni, non occupa spazio nell’opinione pubblica. Tutta l’attenzione è sui contenuti delle leggi, su chi ha proposto cosa, ma cosa succede dopo pare interessare unicamente quando ci si trova di fronte a una catastrofe. Per il resto, sembra che la frase “non è di nostra competenza” assolva i politici al pari dei burocrati.

Un caso a rovescio, in cui la progettazione è scaturita dall’implementazione, è quello verificatosi nella ricostruzione post-terremoto in Friuli a metà degli anni ’70. In questo caso, la scelta vincente è stata di rifiutare di partire da una legge ad hoc o da un piano, per mettere invece il cantiere al centro: una pluralità di cantieri diretti dai gruppi di vicinato con l’assistenza di architetti di fiducia. Non c’è migliore garanzia di trasparenza e di efficienza dei lavori di un gruppo di vicinato, impegnato a usare i finanziamenti pubblici per ricostruire le proprie case e il paesaggio urbano in cui riconosce la propria storia e identità. Ma appunto, è rimasto un unicum, mai più ripreso neppure nei terremoti seguenti.

Non esiste soluzione dei conflitti piccoli o grandi nel mondo di oggi, se non vi è un’idea condivisa di futuro.

Altro tema centrale discusso dall’autrice dell’articolo è la formazione dei professionisti, strettamente collegata all’accesso a competenze, ruoli e responsabilità escludenti piuttosto che dialogici e inclusivi.  Potere e accaparramento di informazioni e di conoscenze sono sempre andati a braccetto sia nell’antichità (il potere delle caste religiose) sia nella modernità, e non è casuale che la burocrazia dello stato moderno sia caratterizzata,dal “segreto di ufficio”.

I burocrati e i professionisti che, nella società moderna, sono i capisaldi sui quali si reggono i poteri autoritativi delle istituzioni, e che, rispetto all’uomo della strada, si pongono come i guardiani dell’arco delle possibilità consentite, hanno in sé due grandi handicap: non hanno mai imparato a costruire contesti di mutuo apprendimento.

Dall’articolo dal quale abbiamo estratto alcuni passaggi salienti, ci viene spontaneo passare in conclusione alla cronaca di questi giorni. Durante la presentazione in Parlamento del Recovery Plan, citando Cavour (‘Fatta l’Italia bisogna fare gli Italiani’),  il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha lanciato un messaggio chiaro alla popolazione: risollevare le sorti del Paese solo con i fondi europei non è possibile senza un cambio di mentalità.

Dobbiamo uscire dall’analfabetismo funzionale.

Esistono dei laboratori collettivi, dove gli individui diventano persone responsabili. Sono i laboratori dell’educazione. (citazione da  Linkiesta del 29 aprile 2021, articolo di Giovanni Cominelli ).  Nel concetto di educazione è contenuto un aprioristico ottimismo sulla natura umana: che dentro ogni individuo c’è qualcosa di buono, che un’attenta maieutica può appunto e-ducere, tirando fuori il meglio. E questi laboratori “educativi” sono le istituzioni sociali e politiche.

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